Il priore di Barbiana

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Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani (27 maggio 1923 – 26 giugno 1967).

Il don Milani di Esperienze Pastorali, poderoso tentativo di riflessione teologico-pastorale sulla realtà della parrocchia di cui era viceparroco e contemporaneamente accorato appello, così moderno, a passare da una pastorale di pura accoglienza e conservazione ad una pastorale missionaria e di dialogo col mondo.
È questo il testo nel quale, a commento della fotografia della processione del Corpus Domini che passava fra due ali di folla, sono riportate le brevi preghiere dei due preti che notano come il 93,2% delle pecorelle restano fuori: “Parroco: perdonali perché non sono qui con te. Il viceparroco: perdonaci perché non siamo là con loro”.

Il don Milani di Lettera ad una professoressa, libro-denuncia su un mondo della scuola fatta per chi già sa e che non si prende cura di chi parte svantaggiato, ma anche racconto di una esperienza formativa che, senza possibilità di imitazione, forse ha ancora qualcosa da dire alla riflessione pedagogica attuale. È il libro del famoso “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali”; e del “Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo. Ciò che vada bene per credenti e per atei. Io lo conosco. Il priore me l’ha imposto fin da quando avevo 11 anni e ne ringrazio Dio. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto per minuto perché studiavo. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo (…). Ma questo è solo il fine ultimo da ricordare ogni tanto. Quello da ricordare minuto per minuto è d’intendere gli altri e farsi intendere”. È qui che esprime il principio fondamentale della sua teoria pedagogica: “Poiché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli”.

Il don Milani di Lettera ai Giudici, raccolta degli atti del processo a cui fu sottoposto con l’accusa di apologia di reato, perché aveva difeso pubblicamente i giovani obiettori di coscienza che preferivano marcire nel carcere militare pur di non imbracciare le armi. È il testo che contiene la famosa affermazione sulla libertà della coscienza, in piena sintonia con la grande Tradizione della morale cattolica: “dobbiamo avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si senta ognuno l’unico responsabile di tutto”.

Il don Milani che papa Francesco ha voluto onorare lo scorso 20 giugno recandosi personalmente sulla sua tomba a Barbiana e spiegando così il suo gesto: “Non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo Vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. Oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco –, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa”.

Il priore

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